Madvillain - Madvillainy
(Stones Throw, 2004)

Sapete che succede quando si fondono due elementi poco raccomandabili dal punto di vista psichico? Semplice, dischi come “Madvillainy” vengono naturali. Correva il 2004 quando due dei boss più potenti del rap underground americano, Madlib e MF “Supervillain” Doom decisero di unire i loro neuroni instabili per creare un complesso sonoro e lirico di devastante portata. Correva lo stesso anno quando “America’s Most Blunted” (il titolo è tutto un programma) iniziò a circolare in rete e incuriosire orde di fans dei due geni: quel singolo doveva essere il preludio a qualcosa di spettacolare. E potevano mai deluderci? No affatto, è il sodalizio Madvillain si rivela addirittura più esplosivo di Jaylib. Deliri metrici e sonori uniti in una sola mostruosa creatura che ingoia i campionamenti più disparati traformandoli in beat visionari, in cui jazz e soul si fondono a psichedelia e marijuana per offrire tappeti sonori agli svarioni mentali di Faccia Metallica che farcisce il tutto di citazioni, riferimenti assurdi e non-sense cartoonistico. Quando la fattanza generale è solo all’inizio avremmo pezzi come “Meat Grinder”, la meravigliosa e californiana “Raid” impreziosita dalla presenza di MED, la ancora più meravigliosa “Curls”, “Figaro”, “Fancy Clown” dove troviamo anche il caro Viktor Vaughn (”e se facessimo una traccia con Viktor Vaughn?” “ma tu SEI Viktor Vaughn.” “e, appunto.” “ok”) e “Great Day” che ci dicono che nonostante tutto Madlib non è del tutto stonato ed è sempre il classico Madlib (per quanto “classico” possa essere una parola accostabile al signor Jackson) dai campioni soul/jazzati sporchi e dai beat solidissimi. Ma qui stiamo parlando di una creatura completamente fuori di mente e tuttavia quando il fumo sale si spiegano, i campionamenti di “Accordion” (sample di Daedelus?!?), il funk malato e ossessivo del singolone “America’s Most Blunted” in cui Supervillain e Lord Quas si passano il microfono per esporre con entusiasmo qual è la fonte della loro creatività, la strumentale “Sickfit”, il jazz stanco di “Rainbows” in cui Doom si concede un cantato da risveglio post ubriachezza molesta, l’impossibile delirio lirico-strumentale di “Shadows Of Tomorrow” in cui Quas e Madlib si lanciano in assurde considerazioni spazio-temporali su un beat che dire malato è dir poco, “Strange Ways” in cui Doom viaggia spedito du un sample dei Gentle Giant (solo jazz? solo soul? solo funk? naa.) e infine la degna chiusura con “Rhinestone Cowboy” (brividi). Un disco concepito in poco tempo e che in altrettanto poco tempo scorre via (una media di 2 minuti a pezzo) lasciando la sensazione di essere stati rapiti da due psicopatici chiusi in uno studio che parlano una lingua improbabile saldando androidi con pezzi apparentemente incompatibili in mezzo a una nuvola di fumo dolce e avvolgente che ti toglie il respiro; un disco con il grande carattere della spontaneità. Quando l’unione fa il devasto…
voto: 9/10
1 - The Illest Villains
2 - Accordion
3 - Meat Grinder
4 - Bistro
5 - Raid (feat. M.E.D. aka Medaphoar)
6 - America’s Most Blunted (feat. Lord Quas)
7 - Sickfit (inst.)
8 - Rainbows
9 - Curls
10 - Do Not Fire! (inst.)
11 - Money Folder
12 - Shadows Of Tomorrow (feat. Lord Quas)
13 - Operation Lifesaver aka Mint Test
14 - Figaro
15 - Hardcore Hustle (feat. Wildchild)
16 - Strange Ways
17 - Fancy Clown (feat. Viktor Vaughn)
18 - Eye (feat. Stacy Epps)
19 - Supervillain Theme (inst.)
20 - All Caps
21 - Great Day
22 - Rhinestone Cowboy
El Coma