Guru - Jazzmatazz

(Chrysalis, 1993)

Jazzmatazz cover

Quando mi sono accorto della deplorevole assenza di “JazzMatazz” nel campionario delle recensioni ho provato un moto di cruda gioia e swingante felicità. Che cos’è il “JazzMatazz”? Qualcuno lo classifica come disco a tema, qualcun altro come una compilation di ricordi, c’è chi va sul sicuro parlando di “fusione tra rap e jazz”. In realtà è qualcosa in più. “JazzMatazz” è uno dei grandi dischi della musica degli anni ‘90, sottovalutato classico della black music e, azzannatemi, un LP del valore non troppo distante da quelli registrati, decenni prima, da chi il jazz se l’è inventato. Dizzy Gillespie e Bird Parker, il Duca Ellington, Trane e Miles Davis…sono certo che, se fossero rimasti con noi ancora per un pò, avrebbero partecipato con entusiasmo alla creazione di questo disco. Dopotutto, lo stesso Miles Davis si era reinventato, per la duecentomillesima volta nel ‘92 con “Doo Bop”, LP di acid jazz realizzato con…un produttore jazz? Rock? Macchè, Easy Mo’ Bee.

E dire che, solo un anno dopo dalla dipartita del grande sciamano elettrico, Keith Elam, meglio noto come Guru dei GangStarr, si sarebbe messo a contattare musicisti jazz e funk per una “experimental fusion of jazz and hip hop”. Dapprima Zio Keith rivoluziona il rap con l’amico Premier, poi comincia a raccogliere proseliti d’eccezione quali Jeru the Damanja e Lil Dap, dopodichè ha un’illuminazione. Per anni, ai block party, sono stati mischiati i suoni di James Brown alle tastiere di Bob James, e se non fosse stato per i sassofonisti e trombettisti della Cinquantaduesima, oggi Kool Herc si ritroverebbe forse in un autolavaggio. Ecco l’idea: creare un ponte tra due culture, così diverse eppure così simili, di eguale matrice (la black music, of course) e con una cosa in comune: l’espressione della vita in musica, sintesi del senso delle rime e dei pianoforti.

Nasce così “JazzMatazz”, pubblicato nel 1993 e diventato subito popolare nel circuito europeo, sempre aperto a nuove idee e proposte artistiche. Nella paradisiaca jam condotta da Guru si ritagliano il loro spazio padri e padrini della musica, e arrivano persino maestri come Roy Ayers o Donald Byrd a prestare, rispettivamente, vibrafono e tromba. Stupende risultano infatti “Loungin’”, con Byrd, e “Take a Look”, con il padrino dell’acid jazz a tintinnare allegro. Impossibile non citare le performance di Brandford Marsalis, oggi uno dei punti di confronto dei sassofonisti, Lonnie Liston Smith, padrone assoluto del piano acustico, o i gorgheggi di N’Dea Davenport. C’è anche la Francia, terra cruciale per lo sviluppo del jazz in Europa nonchè patria del leggendario chitarrista Django Reinhardt, rappresentata dal rap molto musicale di MC Solaar. Ogni traccia ha una sua storia, una sua alchimia, un qualcosa (la strumentazione, ovviamente) che la rende unica e ben diversa da gran parte delle canzoni hip-hop. Lo so, potrei suonare melenso, ma sfido chiunque a non sorridere di fronte a tanta carne sul fuoco. Nel frattempo Guru si rimbocca le maniche e cerca di non sfigurare, cacciando una serie di liriche inappuntabili. La voce smooth del grandmaster di Brooklyn va a braccetto con la musica e le sonorità della sua creatura, e se a questa non poco frivola particolarità aggiungete anche esempi di buon rap hardcore e storytellin’…eccovi una delle tre storie raccontate su “Sights in the City”, crudo collage di vite realizzato con Carleen Anderson (vocals), Simon Law (tastiere) e Courtney Pine (sassofoni):

Old Mr. Fillmore, he owns a grocery store
It’s a small little shop, the children call him Pop
But of course he keeps a shotgun
just for protection, cause he’s got a little grandson
On Sunday, while he was there cleanin
He heard the front door slam, a lady screamin
He grabbed the shottie and walked out from the back
All he saw was two kids, wearin black ski masks
He fired, they fired, all at the same time
Now there’s a funeral on Wednesay, a quarter to nine

La prima volta che ho ascoltato “JazzMatazz” sono rimasto leggermente scosso. Era la prova che un altro genere, il jazz rap, era possibile. Personalmente non dimenticherò mai il primo ascolto di questo album, le serate passate a leggere il booklet con la storia e la realizzazione del progetto, le sviolinate a squarciagola durante i tentativi di riprodurre la voce di N’Dea Davenport, tutte le volte che ho accompagnato suonando “Transit Ride”…”JazzMatazz”: un viaggio lungo tre quarti d’ora, tutto da scoprire.

Voto: 10/10

01. Introduction
02. Loungin’ (ft. Donal Dyrd)
03. When You’re Near (ft. N’dea Davenport & Simon Law)
04. Transit Ride (ft. Brandford Marsalis & Zachary Breaux)
05. No Time To Play (ft. Ronny Jordan & DC Lee)
06. Down The Backstreets (ft. Lonnie Liston Smith)
07. Respectful Dedications
08. Take A Look (At Yourself) (ft. Roy Ayers)
09. Trust Me (ft. N’dea Davenport)
10. Slicker Than Most (ft. Gary Barnacle)
11. Le Bien, Le Mal (ft. MC Solaar)
12. Sights In The City (ft. Courtney Pine, Carleen Anderson & Simon Law)

Joe Slaves