Club Dogo - Mi Fist

(MiResidenza, 2003)

1,2,3…1,2,3!!! E’ sulla bellissima “Land of 1000 Dances” di Wilson Pickett che si sono presentati al pubblico tre ragazzi di Milano destinati a sconvolgere la scena hip hop italica e a diventarne punta di diamante. E’ il 2003, giunto quasi al termine, e Jake la Furia e Guè Pequeno - che già avevano impressionato gli ascoltatori qualche anno prima con un altro personaggio non da poco, un certo Jacopo D’Amico, in arte “Dargen”, nel collettivo “Sacre Scuole” - uniti a Don Joe, produttore di ottimo livello che aveva lavorato con Irene Lamedica, conduttrice di “soulsista” su radio Deejay, decidono di unirsi per innescare una bomba sul mercato: “Mi Fist”. Un disco di quelli che non si sentivano spesso, almeno fino a quel periodo, ora troppe volte imitato purtroppo; un condensato di contenuti pesanti, lontani dalla leggerezza di altri rapper, da quelli politici e critici verso la società, a quelli più “street”, il tutto in un insieme di liriche di ottimo livello e ricche di riferimenti a diversissimi campi da sentire e risentire ancora. Già ai tempi delle “Sacre” era emerso lo spessore dei due mc del gruppo, uno spessore quasi letterario, a tratti poetico, in un disco atto a metterli in mostra e in cui non sfigurano nonostante gli incredibili virtuosismi di Dargen, degli “esercizi di stile” per dirla alla Quenau. Uno spessore che forse è andato via via perdendosi, con gli anni e con i dischi seguenti, in cui i Dogo hanno preferito puntare ai contenuti più duri, diventando i re dello street rap in Italia, ma che è sempre possibile ritrovare in questo fantastico esordio. Venti tracce difficili da skippare, di cui quattro interludi che li elevano da perfetti sconosciuti a personaggi del momento, facendogli guadagnare copertine, attenzioni, e una fama che li porta a dover ristampare tramite Vibrarecords a scala molto più ampia il disco a pochi mesi dalla sua uscita. I Club Dogo oggi, volente o nolente, sono il primo gruppo con cui si viene a contatto quando si cerca di avvicinarsi alla scena; la loro fama ha raggiunto livelli tali da portarli al successo del grande pubblico prima ancora di firmare per una major, in una città come Milano che in quegli anni vedrà una fortissima diffusione dell’hip hop, che si espanderà a macchia d’olio su tutti i quartieri così come in tutto il resto d’Italia, ma che è terreno particolarmente fertile per il rap del trio, che accompagna le uscite discografiche con un gran numero di performance live. Ma torniamo al disco; Don Joe prende il microfono in rare occasioni, un paio di pezzi soltanto in cui ad ogni modo mette in mostra delle buone skills, ma si mette in grandissima luce attraverso i beat, in cui emerge ancora molto l’utilizzo del campionamento, che nella carriera del produttore lascerà spazio in futuro a produzioni più suonate e all’uso di tastiere e synth, che lo porteranno nel 2005 ad arrivare secondo a un prestigioso premio USA dedicato alla produzione. Su questi, Jake e Guè variano su più campi, dal “cinema lirico” di “Note Killer”, branca che i due cercheranno di seguire anche nei lavori successivi, a pezzi più autocelebrativi, come “Rap Soprano”, ai pezzi puramente più street come in “Vida Loca”, in cui il solo Jake sforna uno dei pezzi più amati dai fan del gruppo e che introduce fortemente il tema della droga, che tornerà spesso nelle liriche del gruppo. Il Guercio ha il suo momento “solista” in “Tana 2000”, in cui c’è la partecipazione inaspettata di Dargen, e in cui i due si cimentano in quegli esercizi di cui parlavamo sopra tipici del periodo precedente del gruppo, in cui il primo è messo assolutamente in ombra da una strofa paurosa del suo ex socio, che si inventa rime dall’altissimo valore alitterante, a una velocità impressionante e incomprensibile per la maggior parte. Ma sarà l’unica volta nel disco che vedremo Guè sfigurare, infatti con la sua grandissima abilità lessicale rilascia testi molto ricchi di contenuti – spesso critici – che diventano complementari al rap di Jake che ha un flow molto più d’impatto e una voce meno roca, con capacità liriche forse inferiori, almeno per quanto riguarda quest’album, più avanti la storia sarà diversa. “Mi Fist” ha messo quasi tutti d’accordo, e se si parla dell’ascesa dell’hip hop in Italia non si può non considerarlo come uno dei dischi (insieme a pochissimi altri) che ha rilanciato il rap in italiano nel belpaese, che di fatti era stato quasi dimenticato. Non si può non considerarlo un neo-classico anche per questo motivo, perché arriva in un epoca di buio in cui erano stati in molti a mollare, per poi ritornare in momenti più rosei; i Club Dogo sono usciti al termine di un periodo critico e sono riusciti comunque ad ottenere tantissimi consensi dalla critica ma soprattutto dal pubblico. Tra le partecipazioni troviamo quella di Lamaislam della PMC Crew di Bologna e di Vincenzo da Via Anfossi, oggi membro molto importante del collettivo Dogo Gang che sforna la sua prima strofa in “Sangue e Filigrana”, pezzo molto critico sull’ipocrisia e sul potere del denaro nella società odierna, tema ricorrente anche in diversi pezzi americani, mentre a spezzare le produzioni di Don Joe troviamo Paolino, che produce uno dei pezzi di punta del disco, “Hardboiled”, dai contenuti abbastanza forti anche dal punto di vista politico, presenti anche in “Cronache di Resistenza”, seconda traccia del disco. Insomma, era il 2003, ora, quattro anni più tardi, lo scenario è cambiato totalmente; l’hip hop in Italia ha avuto il suo secondo apice, ormai già superato, e diversi rapper della nostra scena sono stati messi sotto contratto da delle grandi etichette. Tra queste i Club Dogo, che hanno ampliato le loro produzioni con mixtape, dischi solisti e hanno presentato al pubblico altri personaggi come Marracash, o Deleterio, ma questa è un’altra storia. “Mi Fist” ha portato una maniera diversa di fare rap alle orecchie di tutti, e questi tre milanesi sono riusciti a fare strada, senza ripetersi magari, magari diventando monotoni, ma senza snaturalizzare la propria maniera di fare musica, subendo un evoluzione che però non a tutti è piaciuta, dal punto di vista soprattutto sonoro. Ci rimane ad ogni modo un disco come primo grande classico del nuovo corso, a mio parere, che alla pari soltanto di pochi altri lavori di quegli anni è riuscito e riuscirà a rimanere nella testa degli ascoltatori.

Voto: 9/10 

01. Intro
02. Cronache di resistenza (Hard To Do)
03. Rap soprano
04. Qualcosa in mente
05. Interlude
06. Sangue e filigrana
07. Note killer
08. Tana 2000
09. Indecifrabili - Dangerous!
10. Selezione all’ingresso
11. Interlude
12. Vida loca
13. Kyobo ni tsuki
14. 02 Massive
15. LLCD (Ladies Love Club Dogo)
16. Hard Boiled (Sabotatori)
17. Totòlude
18. Ignoranz Verse Pusherz (2k)
19. La stanza dei fantasmi
20. Phra (Outro)

Gano